sembra semplice
credere che le condizioni laggiù siano esattamente come le
sto descrivendo, vivere un’esperienza come la mia, anche per
sole due settimane è cosa davvero intensa. E altrettanto
impressionante è notare come si riesce a comunicare con le
persone pur non conoscendo quasi per nulla la loro lingua.
Sostanzialmente il mio desiderio più profondo è che
chiunque, possa fare una simile esperienza. È stata davvero
utile, sia per la mia crescita personale, sia per gli obiettivi
che ci eravamo prefissi. Inoltre, fare “il volontario umanista
a tempo pieno“ per due settimane in maniera disinteressata,
senza soggiacere ai ritmi a volte frenetici cui siamo abituati nella
nostra società benestante, è stato bellissimo.
Dario Mucaria dario.appo@inwind.it
Diario di un viaggio improponibile.
E' il mio terzo viaggio. La mèta è l’Africa:
più precisamente Dakar, la capitale del Senegal. Quando arrivi
ti colpisce l'afa soffocante e gli odori nauseanti. Dakar è
una metropoli, anzi una regione, grande come metà Lombardia.
Non è precisamente l'immagine dell'Africa centrale che vediamo
in televisione. Niente savana e grandi praterie, niente animali
e vegetazione lussureggiante. E' una città moderna, piena
di automobili, cemento e qualche centro commerciale. E tanta sabbia
che riempie gli spazi vuoti e gli edifici in fase di costruzione
(quasi tutti). Il traffico è peggio di quello del centro
di Milano, l'inquinamento dei gas di scarico è alle stelle,
il caos indescrivibile. Le strade però pullulano di gente,
adulti e bambini, tutti indaffarati nella compravendita di qualcosa.
Un momento: sto parlando del centro della capitale. In periferia
è tutta un'altra storia. Qui prevalgono i colori saturi,
di nuovo la sabbia, i bambini e gli odori biologici.
La casa dove abitiamo per quindici giorni è vicino a un gigantesco
baobab. Anzi, è conosciuta proprio con quell’ indirizzo
: i nomi delle vie esistono solo sulla carta. Per qualche giorno
rimaniamo senz'acqua e, quasi tutte le sere, senza corrente elettrica.
Per fortuna non ci manca mai il cibo, anzi, abbiamo una cuoca improvvisata
(la nostra Mami) che ci riempie di attenzioni (e non è una
matrona, ma una splendida donzella di sedici anni).
Per quindici giorni portiamo il nostro progetto nei Comuni, nelle
scuole, nelle case, in spiaggia. Le soste sono poche e la sera ritorni
alla dimora distrutto come un muratore. Le nostre proposte sono
diverse e comprendono una marea di attività ma il succo è
semplice: reciprocità. Questa è la parte più
dura da discutere con loro. Perché?
Perché loro, da secoli, aspettano che l'uomo bianco risolva
i problemi portando soldi e mezzi. Non è neanche una pretesa
assurda, visto che "certi" uomini bianchi ne hanno combinate
di tutti i colori nel passato (circa 300 milioni di schiavi sono
una prova sufficiente?). E alcuni (di lingua francese) continuano
a farlo anche adesso, mettendo le mani su tutte le risorse. Noi,
nel nostro piccolo, proponiamo a tutti, bianchi e neri, di rimboccarsi
le maniche e uscire dal proprio pantano. Quindi se faccio qualcosa
per te, tu farai qualcosa per altri. Non è una cosa che finisce
tra pochi, ma arriva molto lontano. Questa è l'aspirazione;
nella pratica, molte difficoltà. Siamo diversi nella lingua,
nella cultura, negli usi, persino nel modo di scherzare.
Noi abbiamo un futuro, magari un po' grigio, ma garantito; loro
vivono alla giornata.
Intanto abbiamo iniziato a scambiarci qualche opinione su chi paga
quando si va a mangiare la pizza insieme o chi si siede per primo
sull'autobus.
Piccole cose che aiutano a chiarirsi e ad evitare grandi incomprensioni.
La nostra missione non è solo un susseguirsi di appuntamenti
e formalità: abbiamo degli amici laggiù, gente calorosa
che ti sta vicino e ti saluta all'aeroporto.
In seguito, al nostro ritorno a Milano, cerchiamo di mantenere i
contatti via Internet, raccontiamo agli italiani le nostre avventure,
sensibilizziamo la gente che vive intorno a noi organizzando feste,
cene e tornei multietnici.
Quando incontrate un senegalese per strada che cerca di vendervi
qualcosa chiedetegli com'è il suo paese e, se riuscite, andateci.
Magari, quando tornate, smettete di vedere il Grande Fratello.
Daniele Quattrocchi daniele.quattrocchi@fastwebnet.it
La mia cronostoria africana in fotografie.
20 Settembre 2001:
Arriva la domanda: “Vuoi andare in Senegal?”.
Comincia il contatto con i senegalesi per organizzare il viaggio.
Banchini e lotterie, abbiamo bisogno di soldi...
20 Ottobre 2001:
Ecco che parto per il primo tour... in tre umanisti ci incarichiamo
di “portare il Movimento” in diversi quartieri di Dakar.
La povertà mi fa paura, ma la voglia di cambiare il mondo
è tanta e con i primi contatti scopro nei senegalesi delle
virtù che mi rimangono nel cuore. Non voglio più tornare
a Milano...
5 Novembre 2001:
Sono a casa... è tutto così grigio! Cominciamo un’esperienza
unica con altri gruppi del Movimento per organizzare la presentazione
della Campagna di Appoggio umano.
15-16 Dicembre 2001:
Dakarou Ngodal: la due giorni al centro civico di Bresso prende
forma. Più di 200 i primi tesserati.
20-30 Aprile 2002:
Seconda esperienza: riunioni e chiarimenti a non finire sul tema
della reciprocità... e i compagni di viaggio si arrabbiano...
ma l’Africa mi piace sempre di più e centinaia di persone
aderiscono al nostro progetto.
22 Giugno 2002:
Presentiamo la campagna al “Magister Ludi” di Cesano
M., durante una cena multietnica.
6-13 Luglio 2002:
Primo torneo multietnico a Limbiate a sostegno della campagna.
13-27 Ottobre 2002:
In Senegal, io e Daniele proviamo ad ampliare la nostra azione nelle
scuole proponendo un gemellaggio. Davanti a noi un infinito mondo
di bellissimi bambini neri. E ci rendiamo conto che non siamo proprio
soli... alcuni amici sono molto vicini e capiscono bene il messaggio
del Movimento...
Gennaio - Aprile 2003:
Settimanalmente, tramite Internet, contattiamo da casa nuovi senegalesi
di Dakar, inviando loro il progetto.
21 Aprile - 2 Maggio 2003:
Ancora in Senegal. I nuovi partecipanti sono sempre più disponibili
e “informatizzati”... forse non avremo più problemi
con la connessione tra due Paesi così lontani... Troviamo
tanti amici e io mi sento come a casa. Il progetto che vogliono
sviluppare dipende da loro e sono fieri di ciò. Mi rendo
conto sempre più di quanto sono grandi questi ragazzi nel
portare il Movimento Umanista ovunque...
Stefania Travagin stefylimbiate@tiscali.it
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